Comprendere il Disturbo Borderline oltre i sintomi
Un approccio fondato su processi psicologici basato su evidenze empiriche
Il Disturbo Borderline di Personalità (BPD) è tradizionalmente descritto come un quadro clinico caratterizzato da instabilità emotiva, impulsività, difficoltà nelle relazioni e fragilità dell’immagine di sé. Tuttavia, uno dei problemi storici di questa diagnosi è l’eterogeneità, ovvero, persone con la stessa etichetta diagnostica possono presentare combinazioni di manifestazioni cliniche molto diverse, in particolare facendo riferimento ai criteri del DSM. Di conseguenza, rimanendo su un piano puramente descrittivo, all’interno del contenitore diagnostico del BPD possono rientrare persone estremamente differenti le une dalle altre con problematiche cliniche così uniche da chiedersi se davvero queste persone soffrano dello stesso disturbo.
Una recente ricerca, che ha visto il contributo della Sigmund Freud University di Milano, propone di superare tale limitazione legata all’elencare i criteri diagnostici del disturbo, partendo dalla valutazione di alcune dimensioni del funzionamento psicologico di base che potrebbero cogliere i meccanismi eziopatologentici e di mantenimento del disturbo e come tali dimensioni si combinano e interagiscono nel predire la diagnosi e le specifiche caratteristiche del disturbo.
L’obiettivo è costruire una cornice concettuale che cerchi di proporre una sintesi tra le principali teorie cliniche del BPD, superando le contraddizioni esistenti tra queste focalizzandosi su processi di funzionamento psicologico trasversali a tali approcci, valutabili empiricamente e che dovrebbero rappresentare i target principali dell’intervento clinico per tale disturbo.
Perché serve un modello integrato
Per spiegare l’elevata eterogeneità del disturbo borderline di personalità, la letteratura scientifica ha seguito due principali direzioni. Da un lato, studi empirici hanno individuato fattori latenti che sottendono i criteri diagnostici o sottogruppi clinici sulla base della compresenza di altre condizioni psicopatologiche ascrivibili allo spettro internalizzante e esternalizzante. Dall’altro, i modelli teorici di stampo primariamente clinico hanno attribuito un ruolo centrale a specifici meccanismi eziopatogenetici che dovrebbe spiegare le molteplici e manifestazioni del BPD , come la disregolazione emotiva, le difficoltà del controllo dei comportamenti/impulsività, la disorganizzazione del Sé o la sensibilità al rifiuto interpersonale.
Ciò che è rimasto meno esplorato è come questi processi possano coesistere e interagire tra loro all’interno degli stessi individui. Questo studio risponde a tale lacuna, proponendo una valutazione empirica integrata di queste dimensioni.
Che cosa ha indagato lo studio
Gli autori dello studio hanno considerato quattro dimensioni chiave, scelte perché rappresentative dei principali filoni teorici e frequentemente implicate nella clinica del BPD:
- Disregolazione emotiva (ED): difficoltà persistenti nel riconoscere, tollerare e modulare gli stati emotivi;
- Disregolazione comportamentale (BD): in particolare la componente di negative urgency, cioè la tendenza a perdere il controllo sui propri comportamenti in presenza di emozioni negative intense;
- Alterazione del funzionamento del Sé (ASF): operazionalizzata attraverso processi dissociativi, intesi come indicatori di discontinuità e frammentazione dell’esperienza di sé;
- Sensibilità interpersonale (IS): misurata come rejection sensitivity, cioè la predisposizione ad aspettarsi e percepire segnali di rifiuto, reagendo con forte intensità emotiva o comportamentale.
L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa. Se queste dimensioni sono davvero nuclei fondamentali della psicopatologia borderline, dovrebbero mostrare un ruolo specifico nel predire il BPD e la sua variabilità clinica, non solo prese singolarmente, ma anche nella loro struttura complessiva.
Come è stata condotta la ricerca
Lo studio ha reclutato 694 adulti dalla popolazione generale italiana tramite una procedura online. I partecipanti hanno compilato una serie di questionari utilizzati nella ricerca clinica per valutare la presenza di caratteristiche borderline, le difficoltà nella regolazione delle emozioni, la tendenza all’impulsività in risposta a stati emotivi intensi, i processi dissociativi e la sensibilità al rifiuto nelle relazioni interpersonali.
I dati raccolti sono stati analizzati mediante modelli statistici avanzati, con l’obiettivo di stimare sia il contributo specifico di ciascuna dimensione sia il modo in cui queste si organizzano e interagiscono nel predire la variabilità delle manifestazioni del disturbo.
Cosa emerge dai risultati
I risultati indicano che la disregolazione emotiva occupa una posizione centrale nella comprensione delle caratteristiche cliniche associate al BPD. Infatti, essa appare come una dimensione di base che amplifica e sostiene l’espressione delle diverse caratteristiche cliniche del disturbo.
Accanto alla dimensione emotiva, emerge con particolare rilievo il ruolo della dissociazione, considerata nello studio come indicatore di un’alterazione del funzionamento del Sé. Questa dimensione risulta strettamente associata agli aspetti più severi del quadro clinico del BPD, come il disturbo dell’identità, i comportamenti impulsivi, le condotte autolesive e i sintomi dissociativi o paranoidi transitori in condizione di stress. Tale dato suggerisce che una quota significativa delle manifestazioni del BPD, seppur secondaria alla disregolazione emozionale, è legata alla fragilità del senso di continuità e coerenza del Sé.
La disregolazione comportamentale, in particolare la tendenza ad agire impulsivamente in presenza di emozioni negative intense, contribuisce anch’essa alla comprensione di pressoché tutte le caratteristiche cliniche del BPD, ma con un peso complessivamente inferiore rispetto alla disregolazione emotiva e alla dissociazione. In tal senso, tale dimensione sembra funzionare come un fattore che amplifica l’impatto degli altri due meccanismi in un rapporto di influenzamento reciproco. .
Infine, la sensibilità interpersonale offre un contributo aggiuntivo, più contenuto ma clinicamente rilevante. Essa risulta soprattutto associata alle caratteristiche affettive e relazionali del disturbo, come la paura dell’abbandono, l’instabilità emotiva e i vissuti cronici di vuoto, suggerendo che la percezione del rifiuto e della minaccia relazionale possa rafforzare e mantenere specifici pattern emotivi nel funzionamento borderline, anche in modo indipendente dagli altri fattori
Perché questi risultati contano per formazione e clinica
Per chi studia o opera in ambito clinico, questa ricerca offre una cornice integrativa capace di mettere in dialogo modelli teorici spesso presentati come alternativi o addirittura in contrapposizioni gli uni con gli altri. I risultati indicano che la comprensione del disturbo borderline di personalità risulta più accurata quando si riconosce:
- la centralità dei processi di regolazione emotiva, si considera la dissociazione come un indicatore di vulnerabilità del funzionamento del Sé e di maggiore severità clinica;
- si interpreta l’impulsività soprattutto come risposta a stati emotivi negativi intensi e come fattore che rinforza le altre dimensioni centrali del funzionamento del disturbo
In questo quadro, anche le difficoltà interpersonali trovano una collocazione più chiara, come parte di un sistema di processi in cui la sensibilità al rifiuto può rafforzare le problematiche emozionali e identitarie in modo interdipendente con gli altri fattori.
In prospettiva, un modello basato meccanismi psicologici non serve solo a spiegare il disturbo, ma diventa uno strumento per orientare la valutazione clinica, la formulazione del caso e le ipotesi di trattamento, sostenendo interventi più mirati e coerenti con il profilo di funzionamento della persona.
Autori e contributo SFU Milano
La ricerca è firmata da un gruppo interdisciplinare che include i docenti della Sigmund Freud University:
- il Prof. Marco Cavicchioli, Psicologo e Psicoterapeuta, Docente di Psicologia Clinica;
- il Prof. Cesare Maffei, Full Professor in Psicologia Clinica, Psicoterapeuta e Psichiatra;
- la Prof.ssa Simona Scaini, Vicedirettore del Dipartimento di Psicologia, Psicologa e Psicoterapeuta, Full Professor in Psicologia dello Sviluppo.
Inoltre, il Prof. Andrea Scalabrini, Associate Professor of Dynamic Psychology presso l’Università degli Studi di Bergamo.
Leggi la pubblicazione completa sul Journal of Affective Disorders.