Potenziare il controllo inibitorio: una nuova ricerca SFU sulla neuromodulazione
È possibile potenziare una funzione cognitiva fondamentale come il controllo inibitorio attraverso una stimolazione cerebrale non invasiva? E, soprattutto, perché alcune persone sembrano beneficiarne più di altre?
Una nuova ricerca pubblicata su Cortex dal Brain and Behaviour SFU Lab esplora questi interrogativi studiando l’effetto della stimolazione transcranica con corrente continua (tDCS) del giro frontale inferiore destro, un’area cerebrale frequentemente associata ai meccanismi di inibizione della risposta.
Lo studio mostra che una stimolazione cerebrale non invasiva, pensata per rendere più “attiva” una specifica area del cervello, può migliorare il controllo degli impulsi.
I risultati indicano anche che questo effetto non è uguale per tutti, ma varia in base a come le persone valutano i propri pensieri e a quanto tendono a preferire gratificazioni immediate rispetto a obiettivi a lungo termine.
Che cos’è il controllo inibitorio e perché è centrale in psicologia
Il controllo inibitorio è un processo cognitivo rapido che consente di sopprimere risposte automatiche quando non sono appropriate al contesto. È una componente essenziale delle funzioni esecutive e permette di regolare il comportamento, gestire impulsi, adattarsi alle richieste dell’ambiente e mantenere l’azione orientata a un obiettivo.
Nell’intervista svolta al Dott. Daniele Saccenti, viene definito come ciò che, ad esempio, ci impedisce di iniziare a parlare ad alta voce entrando in un luogo in cui è richiesto silenzio. È un esempio semplice, ma utile per cogliere la natura immediata del processo: non si tratta di una decisione ragionata, quanto di una capacità di frenare, rapidamente, una risposta spontanea.
Il problema scientifico e le domande della ricerca
La letteratura scientifica studia i correlati neurali del controllo inibitorio da almeno vent’anni, attraverso approcci eterogenei (neuroimaging, modelli animali, stimolazione cerebrale). In questo panorama, la corteccia prefrontale è considerata una regione centrale, e alcune sue porzioni (tra cui il giro frontale inferiore destro) sono state proposte come nodi particolarmente rilevanti per fermare una risposta comportamentale in corso.
Lo studio si concentra su due obiettivi principali:
- verificare se l’effetto della stimolazione sul controllo inibitorio cambia in base allo strumento di misurazione, confrontando due compiti classici: Go/NoGo e Stop-Signal Task;
- esplorare se l’effetto della stimolazione sia associato al profilo cognitivo individuale, in particolare a:
- credenze metacognitive (valutazione e regolazione dei propri processi mentali),
- delay discounting (tendenza a preferire ricompense immediate rispetto a ricompense maggiori ma ritardate).
Queste domande nascono da un’ipotesi chiara: se la neuromodulazione agisce su circuiti prefrontali, è plausibile che il suo effetto sul controllo inibitorio vari in funzione di differenze cognitive di base che coinvolgono gli stessi sistemi neurali.
I risultati principali dello studio
La ricerca ha coinvolto 31 partecipanti sani, ognuno dei quali ha svolto due sessioni sperimentali: una con stimolazione reale e una con stimolazione sham (placebo).
Il primo risultato principale mostra che la stimolazione cerebrale reale dell’area studiata è associata a una migliore capacità di controllare e inibire le risposte automatiche, rispetto alla stimolazione sham.
Questo effetto risulta particolarmente evidente quando l’inibizione viene misurata con lo Stop-Signal Task, suggerendo che la stimolazione potrebbe incidere soprattutto sui meccanismi di “stop” reattivo, ovvero, la capacità di interrompere un’azione già avviata.
Il secondo risultato chiave riguarda la variabilità individuale. Lo studio evidenzia un’interazione tra stimolazione e profilo cognitivo. In particolare:
- alcune credenze metacognitive sembrano associarsi alla responsività alla stimolazione;
- anche il delay discounting mostra interazioni con il protocollo, pur senza un effetto netto di quest’ultimo sulla sua riduzione.
In altre parole, i dati suggeriscono che la neuromodulazione non produce lo stesso esito per tutti. La risposta all’intervento può dipendere da come una persona monitora e gestisce i propri processi mentali, nonché dal suo stile decisionale.
Perché è una ricerca importante
Questa ricerca si inserisce in una direzione sempre più rilevante per la psicologia contemporanea, orientata verso interventi personalizzati che tengono conto non solo della diagnosi o del sintomo, ma anche dei meccanismi cognitivi e delle differenze individuali.
Il controllo inibitorio risulta deficitario in diverse condizioni cliniche, dai disturbi del neurosviluppo ad alcuni quadri psicopatologici in cui impulsività e difficoltà di autoregolazione giocano un ruolo rilevante. Comprendere se e come la neuromodulazione possa potenziare questi processi, e per quali profili di paziente, è un passaggio necessario per immaginare applicazioni cliniche future realmente fondate su evidenze.
Inoltre, il fatto che l’effetto emerga soprattutto con uno specifico compito, come lo Stop-Signal, rappresenta un risultato metodologicamente utile e indica che parte dell’inconsistenza presente in letteratura potrebbe dipendere dalla scelta degli strumenti di misurazione di questa funzione cognitiva.
Il contributo della SFU Milano
Il lavoro si inserisce nel percorso di ricerca della Sigmund Freud University di Milano e del Brain and Behaviour SFU Lab, che mette in relazione neuroscienze, psicologia sperimentale e prospettive cliniche, valorizzando l’esperienza di laboratorio come parte integrante della formazione universitaria.
Nell’intervista condotta al Dott. Saccenti viene sottolineato anche un punto identitario: entrare in contatto con la ricerca durante gli anni universitari permette agli studenti di comprendere che l’università non è solo didattica, ma produzione di conoscenza scientifica, con ricadute potenziali sulla società e sulla pratica clinica.
Membri del Brain and Behaviour SFU Lab e autori della ricerca:
- Daniele Saccenti, Psicologo, Docente del Corso di Bachelor e Master of Science in Psicologia presso SFU Milano;
- Mattia Ferro, Full Professor in Neuroscience, Vicedirettore del Corso di Laurea in Psicologia presso SFU Milano;
- Andrea Moro, Psicologo, Docente del Corso di Bachelor e Master of Science in Psicologia presso SFU Milano;
- Sandra Sassaroli, Honorary Professor in Clinical Psychology Sigmund Freud University di Milano. Psichiatra, psicoterapeuta e docente alla Sigmund Freud University di Milano.
Leggi la pubblicazione completa su Science Direct.
Guarda l’intervista completa al Dott. Saccenti sul YouTube.