La regolazione emotiva nei bambini e negli adolescenti: cosa cambia con la crescita
Quando parliamo di regolazione emotiva ci riferiamo ai processi con cui monitoriamo, valutiamo e modifichiamo le nostre reazioni emotive per adattarle al contesto e ai nostri obiettivi (Thompson, 1994). È un errore pensare che si tratti di una competenza acquisita una volta per tutte nell’infanzia: è piuttosto un sistema che continua a riorganizzarsi lungo tutto l’arco di vita, spostandosi progressivamente da una regolazione affidata agli altri (genitori, caregiver, insegnanti) a una sempre più autonoma e gestita con le proprie risorse cognitive (Sameroff, 2010; Gross & Thompson, 2007).
Ripercorrere le tappe di questo percorso, dalla prima infanzia all’adolescenza, aiuta a capire cosa cambia davvero nel modo in cui gestiamo le emozioni, e perché.
L’età prescolare: una regolazione ancora “in prestito”
Nell’età prescolare, tra i 3 e i 5 anni, regolare le proprie emozioni significa molto più che “calmarsi”: significa identificare, comprendere e integrare le informazioni emotive gestendo contemporaneamente il proprio comportamento in funzione di obiettivi sia sociali sia personali (Zeman et al., 2006). Perché questo sia possibile servono più tasselli che si sviluppano proprio in questi anni:
- le funzioni esecutive (come inibizione, attenzione, memoria di lavoro; Blankson et al., 2017),
- la comprensione delle norme sociali che regolano l’espressione delle emozioni (le cosiddette display rules),
- la capacità di riconoscere che gli altri possono provare emozioni diverse dalle proprie, un’abilità nota come teoria della mente (Sala et al., 2014; Zeman et al., 2006).
È l’insieme di queste acquisizioni a permettere il passaggio da strategie riflessive e automatiche, come l’autoconsolazione, a strategie più volitive e intenzionali, come la risoluzione dei problemi (Dennis & Kelemen, 2009).
Questo processo, però, non avviene in isolamento: secondo la teoria dei sistemi evolutivi, il modo in cui il bambino impara a selezionare e usare le strategie di regolazione emotiva è profondamente radicato nel contesto ambientale in cui cresce, e il bambino deve anche imparare ad adattare i propri obiettivi emotivi alle norme culturali e familiari in cui è immerso (Thompson, 2011). In questo percorso, i caregiver rappresentano una risorsa chiave, fornendo quella che viene definita un’influenza regolativa “estrinseca” (Thompson, 2011): un caregiving responsivo (ad esempio incoraggiare il bambino a usare le parole per esprimere ciò che prova) favorisce lo sviluppo di strategie adattive, mentre risposte punitive o aggressive alle emozioni negative del bambino tendono ad associarsi allo sviluppo di strategie disadattive (come colpire) e a un aumento di comportamenti sia internalizzanti (ansia, depressione) sia esternalizzanti (aggressività, iperattività) (Eisenberg et al., 2010).
Un meccanismo concreto attraverso cui gli adulti favoriscono questo sviluppo sembra essere il cosiddetto emotion coaching: un processo in quattro fasi in cui l’adulto aiuta il bambino a (1) rendersi conto di provare un’emozione, (2) identificarla correttamente, (3) imparare a esprimerla in modo appropriato al contesto e (4) parlarne apertamente (Boyer, 2009). Anche il semplice atto di etichettare, riconoscere e convalidare ciò che il bambino prova, accompagnandolo nella gestione delle emozioni più intense, rientra in questo tipo di supporto (Ellis et al., 2014). Non è un dettaglio da poco: la qualità della regolazione emotiva raggiunta in età prescolare pone le basi per la competenza socioemotiva con cui il bambino affronterà la scuola, con ricadute dirette sia sull’adattamento sociale sia sul rendimento scolastico (Harrington et al., 2020).
La fanciullezza: strategie che si interiorizzano
Nella fascia di età generalmente compresa tra i 6 e gli 11 anni, tradizionalmente definita fanciullezza, avviene un cambiamento importante nel modo in cui i bambini regolano le proprie emozioni: le strategie prevalentemente esterne e comportamentali (cercare un adulto, allontanarsi fisicamente da una situazione, distrarsi con un gioco) lasciano progressivamente spazio a strategie più interne e cognitive, basate sulla capacità di riflettere sui propri stati emotivi (Aldwin, 1994; Fields & Prinz, 1997; Harris, 1989; Saarni, 1999; Terwogt & Stegge, 1995). Attorno agli 8-9 anni, in particolare, i bambini hanno già imparato a regolarsi attraverso pensieri più articolati su di sé, sui propri vissuti e su quelli degli altri (Harris, 1989; Saarni, 1999; Terwogt & Stegge, 1995).
Parallelamente, il bambino compie un salto di prospettiva significativo: non si limita più a riconoscere ciò che prova, ma inizia a comprendere che anche gli altri hanno emozioni proprie, spesso diverse dalle sue: un progresso noto come perspective-taking, che rende la regolazione emotiva più raffinata e più adeguata al contesto sociale in cui avviene (Roe, 2008). Questo affinamento cognitivo si traduce in un repertorio di strategie più ampio e sofisticato per affrontare gli stressor tipici di questa età, sia sociali (un conflitto con un compagno, l’esclusione da un gioco) sia legati all’ambiente scolastico (una verifica, un rimprovero dell’insegnante). Allo stesso tempo, migliora la capacità di esprimere e comunicare le proprie emozioni in modo efficace, una competenza che ha ricadute dirette sulla qualità delle relazioni con i coetanei e sulla percezione di sé come persona socialmente competente (Roe, 2008).
L’adolescenza: una riorganizzazione più che un declino
Per inquadrare cosa succede in adolescenza, è utile partire da un principio più generale dello sviluppo umano: crescendo, tendiamo a spostarci da una regolazione prevalentemente sociale (cioè affidata agli altri, in particolare ai caregiver) verso una regolazione sempre più individuale, gestita autonomamente attraverso le proprie risorse cognitive (Sameroff, 2010; Gross & Thompson, 2007; Zeman et al., 2006). Le due modalità, sociale e individuale, non si escludono mai del tutto: coesistono a ogni età, e quale delle due prevalga dipende dall’intensità dell’emozione provata e da quanto le risorse regolative della persona sono adeguate alla situazione che sta affrontando (Zimmermann & Iwanski, 2014). L’adolescenza è il momento in cui questo spostamento verso l’autonomia regolativa accelera, ma lo fa in un contesto reso instabile da trasformazioni simultanee su più piani: biologico, cognitivo e sociale (Lerner & Steinberg, 2009).
Il ragionamento diventa più complesso, la comprensione delle emozioni (proprie e altrui) più raffinata, e cresce la capacità di riflettere sui propri comportamenti emotivi, un processo di crescente insight che fa parte a pieno titolo dello sviluppo emotivo complessivo (Zimmermann, 1999; Saarni et al., 2006). Allo stesso tempo, sul piano biologico, l’aumento della sensibilità ai circuiti di ricompensa e le intense oscillazioni ormonali rendono le emozioni più intense e meno stabili (Somerville et al., 2010), mentre sul piano sociale le relazioni con i coetanei e i primi legami sentimentali sono spesso instabili (Furman & Collins, 2009), e il supporto percepito dai genitori tende a diminuire (Furman & Buhrmester, 1992).
In questo scenario di transizione, caratterizzato da una crescente richiesta di autonomia ma da risorse emotive e sociali ancora in fase di maturazione, uno studio longitudinale ha evidenziato come tra i 13 e i 15 anni, il repertorio di strategie di regolazione emotiva risulta il più povero lungo tutto l’arco di vita, persino rispetto alla prima adolescenza e all’età adulta (Zimmermann & Iwanski, 2014). Gli autori discutono questo momento non come un vero arretramento, ma come una fase di riorganizzazione: il sistema di regolazione emotiva, messo sotto pressione dai cambiamenti descritti sopra, si “smonta” temporaneamente proprio mentre il ragazzo dovrebbe fare sempre più affidamento sulle proprie risorse individuali, prima di potersi ricostruire in una forma più matura, flessibile e capace di includere obiettivi a lungo termine (Zimmermann & Iwanski, 2014).
Questa finestra di instabilità aiuta a spiegare perché proprio in questi anni si osservino più conflitti con i genitori e maggiore instabilità emotiva, spesso letti come un problema del singolo ragazzo, quando in realtà riflettono un sistema di regolazione ancora in fase di ricostruzione.
A questo quadro si aggiungono differenze di genere piuttosto consistenti:
- le ragazze tendono a riportare maggiore ricerca di supporto sociale e maggiore ruminazione,
- i ragazzi maggiore evitamento e soppressione (Sanchis-Sanchis et al., 2020; Zimmermann & Iwanski, 2014).
Uno studio su un campione di bambini e adolescenti tra i 9 e i 16 anni ha evidenziato un dato particolarmente interessante: le bambine più piccole tendono a mostrare una regolazione emotiva migliore rispetto ai coetanei maschi, ma il rapporto si inverte con l’adolescenza, quando sono le ragazze sembrano riportare punteggi più bassi (Sanchis-Sanchis et al., 2020). Un pattern che aiuta a comprendere, almeno in parte, perché il rischio di sintomatologia ansioso-depressiva tenda ad aumentare proprio in questa fascia d’età e soprattutto nel genere femminile.
Un percorso, non una linea retta
Quello che emerge da questi studi è che la regolazione emotiva non cresce in modo lineare, come se ogni anno di vita portasse automaticamente più maturità nel gestire le proprie emozioni. È piuttosto un percorso fatto di conquiste, stabilità e talvolta arretramenti temporanei, diverso a seconda dell’emozione in gioco, del genere e del contesto in cui viviamo (Zimmermann & Iwanski, 2014). La riorganizzazione che osserviamo in piena adolescenza, ad esempio, non è un segno di fragilità del singolo ragazzo, ma il riflesso di un sistema di regolazione emotiva ancora al lavoro su sé stesso, messo sotto pressione da cambiamenti biologici e sociali che avvengono tutti insieme (Zimmermann & Iwanski, 2014).
Guardare la regolazione emotiva con questa lente evolutiva, non giudicante, permette forse di leggere in modo diverso anche i momenti più delicati dello sviluppo: non come deviazioni da correggere, ma come tappe di un processo che, nel ciclo di vita, continua silenziosamente a riorganizzarsi.
A cura di Cecilia Amico, Psicologa, Specializzanda in psicoterapia cognitivo-comportamentale, PhD presso la Sigmund Freud University.
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