Il benessere psicologico degli operatori. Perché prendersi cura di chi si prende cura
Il benessere dei lavoratori rappresenta attualmente un tema di primaria rilevanza nell’ambito della ricerca organizzativa e nelle pratiche di gestione delle risorse umane, poiché svolge un ruolo fondamentale nel promuovere il funzionamento organizzativo e nel prevenire esiti negativi, tra cui il burnout. Le evidenze disponibili indicano che livelli più elevati di benessere lavorativo sono associati a una maggiore produttività, a una più elevata soddisfazione professionale e a una maggiore probabilità di permanenza dei dipendenti nell’organizzazione (Grawitch et al., 2017).
Secondo Huppert (2009), il benessere può essere inteso come una condizione caratterizzata dalla compresenza di un’esperienza soggettiva positiva e di un adeguato funzionamento individuale. Tale prospettiva risulta coerente con la definizione proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che descrive il benessere come uno stato in cui gli individui sono in grado di esprimere le proprie potenzialità, affrontare efficacemente le richieste e gli stressor della vita quotidiana, partecipare ad attività lavorative produttive e dotate di significato e contribuire attivamente alla propria comunità (World Health Organization [WHO], 2001).
Il benessere psicologico come risorsa per le organizzazioni
I professionisti che operano nelle cliniche ospedaliere sono frequentemente sottoposti a richieste lavorative caratterizzate da un’elevata intensità fisica ed emotiva (Blumenthal et al., 1998; Leoni et al., 2016). Uno studio condotto nel 2004 ha evidenziato che tra il 25% e il 32% di questi professionisti riportava livelli rilevanti di stress lavorativo e burnout (Hastings et al., 2004; Hatton et al., 1999). Più recentemente, le evidenze emerse da Nagarajan e colleghi (2024) indicano una crescente diffusione del fenomeno, con il 39% degli operatori sanitari a livello globale che riferisce sintomi di burnout, suggerendo un incremento della prevalenza rispetto alle stime precedenti e confermando il burnout come una delle principali criticità occupazionali nel settore sanitario.
Perché le professioni di aiuto sono più esposte al burnout
Questa elevata percentuale di professionisti che manifesta sintomi di burnout può essere spiegata alla luce delle caratteristiche intrinseche delle professioni di aiuto, che la ricerca ha identificato come particolarmente vulnerabili allo sviluppo di tale sintomatologia. Questi contesti lavorativi sono infatti caratterizzati da un costante coinvolgimento nella relazione con persone che necessitano di supporto, cura o assistenza, comportando un’elevata esposizione a richieste emotive, carichi di lavoro intensi e situazioni contraddistinte da sofferenza, disagio e bisogni complessi degli utenti assistiti. L’esposizione prolungata a tali condizioni può determinare un progressivo esaurimento delle risorse individuali, aumentando la probabilità di sviluppare sintomi di burnout (Freudenberger, 1974, 1975).
Secondo Freudenberger, uno dei principali elementi che contribuiscono allo sviluppo del burnout nelle professioni di aiuto è la tendenza dei lavoratori a investire una quantità eccessiva di energie nel proprio ruolo professionale, arrivando in alcuni casi a trascurare i propri bisogni personali e le proprie risorse al di fuori del contesto lavorativo. L’elevata identificazione con la professione, se associata alla percezione di dover rispondere costantemente alle necessità degli altri, può portare il lavoratore a dedicare progressivamente più tempo e impegno al lavoro, riducendo lo spazio destinato alla propria vita personale e alle relazioni significative. Tale processo può favorire una condizione di sovraccarico psicologico e aumentare la vulnerabilità al burnout.
Tra i fattori organizzativi e individuali associati allo sviluppo del burnout sono stati identificati anche:
- la presenza di elevate pressioni lavorative,
- una limitata autonomia decisionale,
- una ridotta disponibilità di supporto da parte dell’organizzazione e dei colleghi,
- nonché la progressiva perdita di stimoli derivante dalla routinizzazione delle attività professionali.
In particolare, nei servizi caratterizzati da una relazione continuativa con gli utenti, la ripetitività delle mansioni e l’esposizione prolungata a problematiche simili possono contribuire alla riduzione del coinvolgimento emotivo e alla percezione di inefficacia professionale.
Come si manifesta il burnout negli operatori sanitari
Nell’ambito dei servizi alla persona, il burnout si manifesta principalmente attraverso due dimensioni centrali: l’esaurimento emotivo e la depersonalizzazione.
L’esaurimento emotivo rappresenta la sensazione di essere privi delle risorse psicologiche necessarie per affrontare le richieste lavorative, spesso conseguente alla continua esposizione a bisogni emotivi e relazionali intensi.
La depersonalizzazione, invece, può essere interpretata come una strategia di protezione messa in atto dal lavoratore per gestire il sovraccarico emotivo, attraverso un progressivo distanziamento nei confronti degli utenti, una riduzione dell’empatia e un atteggiamento maggiormente impersonale nella relazione di cura (Maslach & Leiter, 2016).
In questo senso, il burnout non rappresenta esclusivamente una condizione individuale, ma il risultato dell’interazione tra caratteristiche personali, richieste professionali e condizioni organizzative del contesto lavorativo.
A cura di Laura Caligari, MSc e dottoranda di ricerca presso la Sigmund Freud University
Bibliografia
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