Dissociazione in psicoterapia: cosa accade nella relazione tra paziente e terapeuta
La dissociazione non riguarda soltanto l’esperienza del paziente, ma può influenzare anche ciò che accade nella relazione terapeutica, modificando la presenza, la sintonia e il coinvolgimento durante la seduta.
Momenti di distacco da sé, sensazione di irrealtà, difficoltà a mantenere l’attenzione o vuoti nella continuità dell’esperienza. La dissociazione viene generalmente descritta come un fenomeno che riguarda la persona che la sperimenta.
Ma cosa succede quando questi processi emergono durante una psicoterapia?
Uno studio pubblicato nel 2026 su Clinical Psychology & Psychotherapy ha indagato proprio questa dimensione, analizzando come la dissociazione e le difficoltà nell’organizzazione del sé legate al trauma possano riflettersi anche sulle emozioni e sull’esperienza del terapeuta.
La ricerca, alla quale ha partecipato il Prof. Marco Cavicchioli della Sigmund Freud University di Milano, suggerisce una prospettiva interessante: alcuni momenti di disconnessione che avvengono durante una seduta potrebbero essere compresi non soltanto osservando il singolo paziente, ma considerando la relazione terapeutica nel suo insieme.
La dissociazione entra nella relazione terapeutica
Lo studio ha coinvolto 60 coppie terapeuta-paziente. I ricercatori hanno analizzato i sintomi legati al trauma e alla dissociazione dei pazienti e, contemporaneamente, le reazioni emotive e le esperienze vissute dai terapeuti durante le sedute.
È emerso che livelli più elevati di dissociazione nel paziente erano associati nel terapeuta a una maggiore sensazione di essere sopraffatto o disorganizzato e a un minore coinvolgimento positivo nella relazione.
Ma il risultato più interessante riguarda alcuni veri e propri momenti di disconnessione durante la seduta.
La dissociazione del paziente risultava infatti associata, nel terapeuta, a fenomeni come distrazione e divagazione mentale, difficoltà a ricordare parti dell’incontro e sensazioni di depersonalizzazione o derealizzazione.
Non significa che la dissociazione venga semplicemente “trasmessa” da una persona all’altra: lo studio non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto. I risultati mostrano però che ciò che accade al paziente può essere associato anche a cambiamenti nella qualità della presenza del terapeuta.
Il senso di impotenza può diventare un’informazione clinica
La ricerca ha analizzato anche le cosiddette Disturbances in Self-Organization (DSO), caratteristiche del PTSD complesso e legate a difficoltà nella regolazione emotiva, nella percezione di sé e nelle relazioni.
Nei pazienti con maggiori difficoltà in queste dimensioni, i terapeuti riportavano soprattutto sentimenti di impotenza e inadeguatezza.
È un risultato clinicamente rilevante perché invita a guardare alle emozioni del terapeuta da una prospettiva diversa, considerandole non necessariamente un ostacolo o un segnale di inefficacia, ma anche una possibile fonte di informazioni su ciò che sta accadendo nella relazione con il paziente.
Dalla dissociazione individuale al “campo” terapeutico
È qui che lo studio propone il suo passaggio più interessante.
Una psicoterapia si costruisce attraverso una forma di regolazione condivisa: paziente e terapeuta mantengono attenzione reciproca, continuità nel dialogo, sintonia emotiva e una sensazione di presenza nella relazione. La dissociazione può interferire con questo equilibrio.
Gli autori parlano quindi di un possibile “campo dissociativo”, nel quale possono comparire momenti di minore sintonia, perdita di continuità, disconnessione o difficoltà a rimanere pienamente presenti nella relazione.
Anche la propensione del terapeuta alla dissociazione è risultata associata a questi fenomeni, in particolare alle difficoltà di memoria e di continuità durante le sedute. Dissociazione del paziente e del terapeuta hanno mostrato contributi indipendenti alla disconnessione sperimentata in terapia.
Osservare la relazione per comprendere il trauma
In conclusione, nello studio del trauma e della dissociazione può essere importante osservare non soltanto “che cosa accade nel paziente”, ma anche “che cosa accade tra paziente e terapeuta”.
Riconoscere precocemente momenti di perdita di presenza, sintonia o continuità può diventare una risorsa per il lavoro clinico, aiutando il terapeuta a comprendere meglio i processi che stanno emergendo durante la seduta.
Tra gli autori della ricerca figura il Prof. Marco Cavicchioli, docente di Psicologia Clinica presso la Sigmund Freud University di Milano, Psicologo e Psicoterapeuta, insieme ad Andrea Scalabrini, Rosy Esposito, Clara Mucci, Lorenzo Lucherini Angeletti e Sara Masoumi.
Leggi la pubblicazione completa su Wiley.