Una ricerca appena pubblicata su The Lancet Healthy Longevity
Un network internazionale di esperti della Global collaboration on traumatic stress coordinato da Prof. Dr. Miranda Olff e con la partecipazione di due nostri ricercatori della Sigmund Freud University, ha contribuito a definire le priorità di ricerca sul disturbo post-traumatico da stress (acronimo inglese PTSD) nella terza età. Un campo ancora poco esplorato, ma di crescente rilevanza per le tante implicazioni sulla salute fisica e la qualità della vita degli anziani.
Perché studiare il PTSD nella terza età
Con l’aumento della longevità cresce anche il numero di persone che, entrando nella terza età, convivono con conseguenze psicologiche di eventi traumatici vissuti nel corso della vita. Abusi, violenze, guerre, disastri naturali o perdite improvvise: i traumi possono lasciare tracce profonde, anche a distanza di decenni.
Negli adulti over 60, i sintomi del PTSD possono riemergere, aggravarsi e soprattutto avere un impatto sulla salute fisica e sui processi di invecchiamento. Tuttavia, la ricerca in questo ambito è ancora limitata e spesso non considera le specificità fisiche, cognitive e sociali delle persone anziane.
È da questa consapevolezza che nasce il gruppo di ricerca internazionale “On Traumatic Stress and Ageing” (ONTrack), sottogruppo della Global collaboration on traumatic stress guidato da Dr. Sjacko Sobczak. Anche la Sigmund Freud University ha partecipato all’iniziativa con l’obiettivo di costruire un’agenda di ricerca condivisa e indicare nuove strade per diagnosi, trattamento e cura.
Quattro ambiti, una sola direzione: migliorare la qualità della vita
Il lavoro ha coinvolto oltre 140 pubblicazioni scientifiche e si è articolato in quattro aree chiave:
1. I meccanismi dell’invecchiamento
La ricerca ha evidenziato che il PTSD può accelerare diversi processi biologici legati all’invecchiamento: dall’alterazione dell’attività infiammatoria all’invecchiamento cellulare, che a loro volta si associano ad un rischio aumentato di malattie cardiovascolari, declino cognitivo e demenza. Alcuni indicatori biologici, come la metilazione del DNA o la lunghezza dei telomeri, potrebbero rivelarsi biomarcatori utili per monitorare questi processi.
2. Valutazione e diagnosi
Sebbene siano stati individuati diversi strumenti diagnostici utili per riconoscere il PTSD negli anziani, molti di questi non sono ancora validati su popolazioni civili (per lo più si tratta di campioni di veterani di guerra) o con deficit cognitivi. Una sfida importante sarà quindi adattare e rendere più accessibili le valutazioni, anche per le persone più fragili.
3. Trattamenti psicologici
Le terapie focalizzate sul trauma, come la CBT e la terapia narrativa, si sono dimostrate promettenti anche negli over 60, ma gli studi clinici sono ancora pochi. I risultati suggeriscono che interventi personalizzati e psicologicamente mirati possano portare benefici concreti, sia sul PTSD che su ansia e depressione.
4. Cura e ambienti sicuri
Molti anziani con PTSD vivono in case di riposo, ospedali o ricevono assistenza domiciliare. Tuttavia, il personale di questi centri spesso non è formato su modelli di cura attenti alla sintomatologia post traumatica. Adottare modelli di cura “trauma-informed”, ossia che includono interventi e modalità di cure specifici per la sintomatologia post traumatica, è un obiettivo fondamentale per garantire dignità, sicurezza e benessere di queste persone.
Perché è importante questa ricerca
Il lavoro mette in luce un aspetto fondamentale: le conoscenze su PTSD e invecchiamento sono ancora limitate e spesso basate su campioni non rappresentativi (per esempio, prevalentemente veterani maschi). Serve più ricerca con persone over 75, donne, soggetti con disabilità cognitive, persone che vivono in paesi a basso reddito o in contesti civili non legati a traumi bellici. Inoltre, emerge con forza il bisogno di sviluppare nuovi strumenti e percorsi diagnostici specifici per gli anziani e di promuovere trattamenti accessibili e validati scientificamente.
Il contributo della SFU Milano
La Sigmund Freud University, da sempre impegnata nella ricerca clinica e nella formazione di psicologi capaci di lavorare con competenza nelle diverse fasi della vita, ha preso parte a questo importante lavoro. Partecipare a una rete globale come questa significa contribuire attivamente al miglioramento della salute mentale e fisica nella terza età, un ambito spesso trascurato ma cruciale per la qualità della vita delle persone.
Tra gli autori della ricerca figurano anche la Dott.ssa Barbara Forresi, Vicedirettore del Corso di Master of Science in Psicologia, docente della SFU Milano, e coordinatrice del TRAIL lab presso la medesima università, insieme alla Dott.ssa Margherita Boltri, collaboratrice del TRIAL lab e afferente al Laboratorio sperimentale di ricerche in Neuroscienze Metaboliche, I.R.C.C.S. Istituto Auxologico Italiano. Il contributo della SFU si è focalizzato sui processi di invecchiamento nel PTSD, su cui sono già state avviate nuove ricerche.
Un network internazionale
La pubblicazione nasce da un’iniziativa della Global Collaboration on Traumatic Stress, coordinata dalla Prof.ssa Miranda Olff, con il contributo di ricercatori affiliati a università e centri clinici in tutta Europa, tra cui anche la SFU Milano.
- Prof. Dr. Miranda Olff | Amsterdam UMC | Dept of Psychiatry | Amsterdam Neuroscience / Amsterdam Public Health | location AMC & ARQ National Psychotrauma Centre | Diemen | The Netherlands Center for Psychological Trauma – Psychiatry Amsterdam Editor-in-Chief European Journal of Psychotraumatology Chair Global Collaboration on Traumatic Stress
- Dr Sjacko Sobczak, MD PhD Rotterdam University of Applied Sciences, Research Centre Innovations in Care Rotterdam, Netherlands; Department of Neuropsychology and Psychopharmacology, Faculty of Psychology and Neuroscience, Maastricht University, Maastricht Netherlands; Mondriaan Mental Health Centre, Heerlen-Maastricht
Leggi la pubblicazione completa su The Lancet Healthy Longevity