Dalla timidezza all’ansia sociale: fattori di rischio

Timidezza o ansia sociale?

Il disturbo d’ansia sociale viene definito dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) come una condizione in cui un individuo sperimenta una marcata paura o preoccupazione in contesti sociali, dove l’esposizione ad un possibile giudizio degli altri è più elevato.

È importante fare una distinzione tra disturbo d’ansia sociale e timidezza. Quest’ultima è una caratteristica temperamentale che descrive la personalità di un individuo, mentre l’ansia sociale è una condizione clinica. La prima è generalmente utilizzata per descrivere una caratteristica di una persona che in presenza di altri può sperimentare introversione e assumere comportamenti di inibizione. La differenza con persone che soffrono di ansia sociale è che, sebbene anch’essi siano introversi ed inibiti in presenza di altri, la loro maggiore difficoltà sta nel sentirsi analizzati e sottoposti a giudizio.

È stato dimostrato come la timidezza sia un fattore di rischio per lo sviluppo di ansia sociale. Un temperamento timido, se in presenza di fattori ambientali e personali, come scarse abilità sociali, pensieri negativi circa le situazioni sociali, risposte negative dei pari, possono portare ad ansia sociale che può poi sfociare in una condizione clinica.

Ansia sociale: quando si sviluppa solitamente?

Lo sviluppo di ansia sociale può avvenire durante la tarda adolescenza, in quanto le abilità cognitive che permettono di interpretare e quindi di sviluppare pensieri relativi a persone e situazioni, si iniziano a formare durante la prima età adulta.

Credenze negative circa i contesti sociali possono formarsi in seguito a situazioni in cui viene sperimentata una risposta dei pari poco soddisfacente o ambigua, che viene poi interpretata negativamente. In tal modo impara che nei contesti sociali deve controllare i propri comportamenti al fine di evitare “brutte figure”.

Le situazioni sociali vengono così interpretate come potenzialmente minacciose ed ogni stimolo negativo rafforzerà tale interpretazione portando l’individuo a ricordare maggiormente gli episodi percepiti come imbarazzanti.

La sopravvalutazione delle conseguenze negative porta ad adottare comportamenti disadattivi di sicurezza ed evitamento, che rafforzano le convinzioni sulle conseguenze negative dell’interazione sociale.

Conclusioni

Spesso accade che la confusione con normale timidezza o la credenza che sia “parte della personalità” porti l’individuo a non chiedere aiuto; infatti solo il 50% delle persone che soffrono di ansia sociale chiede un trattamento.

L’approccio CBT – Cognitive Behavioural Therapy – risulta essere tra gli approcci più efficaci nel trattamento del disturbo d’ansia sociale.


A cura della dott.ssa Raffaella Filograno, psicoterapeuta dei Servizi Clinici Universitari SFU Milano

scu@milano-sfu.it – 0236741324


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