ansia e tesi

La tesi, quando un traguardo può diventare un ostacolo

L’Università si presenta con una struttura e un’organizzazione totalmente differente rispetto ai percorsi scolastici precedenti. Cambia la didattica, cambiano le relazioni con i docenti, cambia lo studio e cambiano le modalità di valutazione.
Lo studente diventa quindi responsabile, ancora di più e in prima persona, dell’organizzazione del proprio tempo libero e del proprio studio.

La preparazione della tesi, in un contesto universitario, diventa di conseguenza un’ulteriore sfida da affrontare e superare.
Scegliere un tema da approfondire, raccogliere materiale e dati, avere spirito critico e osservazione, stendere un elaborato seguendo linee guide precise: questa situazione potrebbe in alcuni soggetti elicitare diverse emozioni, tra cui l’ansia.

Cos’è l’ansia? E l’ansia da prestazione?

L’ansia è un’emozione che indica incertezza rispetto all’obiettivo prefissato. In particolare, con “ansia da prestazione” si fa riferimento all’incertezza rispetto alla nostra performance in una situazione futura in cui si può temere di fallire, di sentirsi inadeguati o incapaci, di essere giudicati negativamente dall’altro.
L’ansia da prestazione in ambito universitario può sperimentarsi in diversi momenti, specialmente quando si affronta un compito esigente per la prima volta. L’ansia nell’iniziare e nello svolgere l’elaborato di tesi è un’emozione provata spesso dagli studenti. I pensieri sottostanti possono essere innumerevoli: intollerabilità di sbagliare, “doverizzazioni” rispetto allo svolgere un lavoro perfetto, valutazione negativa delle proprie capacità, etc.

Esperire un’emozione molto intensa può condurre a diversi comportamenti: procrastinare il momento dedicato alla scrittura, svolgere altre attività maggiormente piacevoli e distraenti, fare una ricerca puntigliosa e dispendiosa di fonti, controllare ripetutamente l’elaborato, continuare ad apportare piccole modifiche senza arrivare alla versione conclusiva, procrastinare l’invio del capitolo al relatore, etc.

Nessuna di queste strategie è di per sé problematica; la rigidità di uno di questi comportamenti ne definisce la disfunzionalità.
Ad esempio, non è un problema rileggere l’elaborato e correggere i refusi, diverso è invece perdere molto tempo, superiore alla necessità, nella correzione della bozza. In egual modo, non è un problema prendere una pausa o ricercare una piccola distrazione piacevole in un momento di forte attivazione emotiva ma, se reiterata rigidamente nel tempo, può allontanare dall’obiettivo di terminare il lavoro.

L’approccio CBT Cognitive Behavioural Therapy – è una tra le modalità di trattamento più efficace per comprendere il proprio funzionamento e imparare a gestire le proprie emozioni in modo funzionale.

A cura della dott.ssa Giada Sera, psicoterapeuta dei Servizi Clinici Universitari di SFU Milano

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