Una ricerca pubblicata sul Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry con il contributo della Sigmund Freud University
Le tecniche di mental imagery sono oggi ampiamente utilizzate in psicoterapia per lavorare su ricordi traumatici, esperienze dolorose e stati emotivi intensi. La loro efficacia si basa su un principio chiave, ovvero, attivare l’emozione per poterla poi trasformare o integrare.
Ma cosa accade quando l’attivazione emotiva non si spegne facilmente?
Una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry affronta questa domanda cruciale, indagando quali fattori individuali influenzano il tempo di recupero emotivo dopo l’immaginazione di eventi negativi.
Perché studiare il “ritorno alla calma”
Chiedere a una persona di rivivere mentalmente un evento spiacevole è una pratica comune in interventi che utilizzano l’imagery rescripting (come ad esempio la Schema Therapy o la Metacognitive Interpersonal Therapy).
Questi approcci sono efficaci e generalmente sicuri, ma non funzionano allo stesso modo per tutti.
Alcuni pazienti sperimentano un disagio intenso e prolungato che può portare a:
- difficoltà nel proseguire il trattamento,
- rotture dell’alleanza terapeutica,
- aumento del rischio di dropout.
Comprendere chi fatica di più a “tornare alla calma” dopo l’attivazione emotiva diventa quindi fondamentale per rendere gli interventi psicologici più personalizzati ed efficaci.
Cosa è stato analizzato nella ricerca
La ricerca ha coinvolto un campione non clinico, invitato a svolgere un compito di immaginazione guidata in cui ciascun partecipante doveva richiamare alla mente e rivivere, in modo controllato, un evento autobiografico spiacevole.
Durante l’intera procedura, il gruppo di ricerca ha monitorato l’attivazione fisiologica in modo continuo, utilizzando due indicatori complementari:
- la Skin Conductance Response (SCR), che riflette l’attivazione del sistema nervoso simpatico e quindi l’intensità dell’arousal emotivo,
- e la Heart Rate Variability (HRV), considerata un parametro utile per osservare i processi di regolazione autonomica e la capacità dell’organismo di ritrovare un equilibrio dopo uno stimolo stressante.
Accanto alle misure fisiologiche, ai partecipanti è stato chiesto di compilare questionari standardizzati per valutare alcune caratteristiche psicologiche potenzialmente rilevanti per il recupero post-attivazione, tra cui le difficoltà di regolazione emotiva, la presenza di sintomi depressivi e la tendenza alla ruminazione (pensieri ripetitivi sul passato).
Cosa succede al corpo durante e dopo il mental imagery
I risultati confermano che:
- l’immaginazione di eventi negativi aumenta l’arousal fisiologico attivando in modo misurabile i sistemi di risposta allo stress anche in assenza di uno stimolo reale; in altre parole, il corpo reagisce all’immagine mentale come se l’esperienza fosse “presente” qui e ora.
- nella maggior parte dei casi, l’organismo torna spontaneamente ai livelli di base durante la fase di recupero, mostrando una capacità di autoregolazione che consente di ridurre gradualmente l’attivazione una volta concluso il compito immaginativo.
Tuttavia, emerge un dato chiave: non tutti recuperano allo stesso ritmo, e questa variabilità può avere un impatto rilevante sul modo in cui la persona vive l’esperienza di imagery. Le differenze individuali sono particolarmente evidenti nella risposta di SCR, che mostra una maggiore sensibilità nel rilevare tempi e modalità di “ritorno alla calma”, mentre l’HRV risulta meno sensibile nel cogliere tali variazioni, almeno all’interno di questo disegno di ricerca.
Chi impiega più tempo a recuperare?
Lo studio mostra che un “ritorno alla calma” più lento è associato a specifiche caratteristiche psicologiche, quali la difficoltà nella regolazione delle emozioni, livelli più elevati di ansia, una forte tendenza alla ruminazione e un elevate livello di preoccupazione per il futuro.
Questi fattori sembrano mantenere l’organismo in uno stato di attivazione prolungata, anche quando il mental imagery è terminato.
Quali sono le implicazioni cliniche
I risultati suggeriscono che non è l’attivazione emotiva in sé a essere problematica, ma la difficoltà a regolarla una volta innescata. Per alcune persone, lavorare direttamente su ricordi dolorosi senza una preparazione adeguata può risultare eccessivamente destabilizzante.
La ricerca indica quindi l’importanza di:
- valutare preliminarmente stili di regolazione emotiva e pensiero ripetitivo,
- introdurre interventi preparatori per migliorare la capacità di recupero,
- adattare le tecniche di imagery alle vulnerabilità individuali.
In questa prospettiva, personalizzare il trattamento diventa un fattore chiave per ridurre il rischio di dropout e aumentare l’efficacia clinica.
Questo studio rappresenta uno dei primi tentativi di approfondire in modo sistematico il tempo di recupero fisiologico dopo un compito di mental imagery, spostando l’attenzione non solo sull’aumento dell’attivazione emotiva, ma soprattutto su come e quanto rapidamente l’organismo riesca a tornare ai livelli di base. In questa cornice, la ricerca individua predittori psicologici specifici associati a una maggiore difficoltà di regolazione nella fase successiva all’attivazione, contribuendo a chiarire perché alcune persone possano vivere l’esperienza come più faticosa o destabilizzante.
Un ulteriore elemento di valore è l’integrazione tra misure soggettive (questionari su ansia, regolazione emotiva, ruminazione e worry) e misure fisiologiche (SCR e HRV), che consente di osservare il fenomeno da più prospettive e di comprendere meglio i meccanismi potenzialmente coinvolti nel cambiamento terapeutico.
La ricerca è firmata da
- Prof.ssa Rosita Borlimi, Psicologa, Psicoterapeuta e Docente presso la Sigmund Freud University di Milano
- Dott.ssa Greta Riboli, Psicologa, Psicoterapeuta e Docente presso la Sigmund Freud University di Milano
- Dott. Mattia Nese, Psicologo, Psicoterapeuta e Docente presso la Sigmund Freud University di Milano
- Prof. Gianni Brighetti, Docente presso la Sigmund Freud University di Milano
- Dott.ssa Irene Brianzoni, Psicologa e collaboratrice della Sigmund Freud University di Milano
- Dott. Giancarlo Dimaggio, Psichiatra e Psicoterapeuta
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