Il mondo del crimine e delle scienze forensi esercita da sempre un forte fascino, soprattutto tra gli studenti e gli appassionati di psicologia. Negli ultimi anni, questo interesse è stato alimentato da serie TV, documentari e podcast true crime, che hanno contribuito a creare un immaginario avvincente — ma spesso lontano dalla realtà professionale italiana.
Questa distanza tra fiction e realtà ha generato confusione tra figure diverse, come criminologo, psicologo forense, profiler, perito. In particolare, l’idea che “criminologo” e “psicologo forense” siano equivalenti è ancora molto diffusa. A ciò si aggiunge il fatto che ruoli come il “criminal profiler” dell’FBI, così presenti nella narrativa americana, non esistono come figure istituzionali nel sistema italiano, ma corrispondono a funzioni svolte da professionisti con percorsi molto diversi.
Per chi sta scegliendo un percorso universitario o sta valutando una specializzazione, è essenziale capire “chi fa cosa”, quali competenze servono e quali percorsi formativi portano a lavorare in ambito forense.
Chi fa cosa? Criminologo, psicologo forense e psichiatra a confronto
Il criminologo è uno studioso dei fenomeni criminali e dei fattori che li determinano. Può provenire da ambiti diversi – psicologia, sociologia, giurisprudenza – e si occupa di ricerca, prevenzione, analisi di contesto e collaborazione con enti pubblici o privati. Non esiste un albo professionale dei criminologi: l’iscrizione dipende dalla professione di base. Per esempio, uno psicologo può esercitare funzioni valutative in ambito criminologico, mentre un giurista non abilitato non può farlo. Il termine “criminologo”, pertanto, descrive un’area di intervento, ma non è una qualifica abilitante.
Il suo lavoro può includere anche l’analisi di pattern comportamentali, la collaborazione con le forze dell’ordine o la partecipazione a progetti di prevenzione della recidiva.
Lo psicologo forense, invece, è uno psicologo iscritto all’albo, con una formazione clinica e psicodiagnostica applicata ai contesti giuridici. Lavora nei procedimenti civili e penali, si occupa di valutazioni su danno psichico, capacità genitoriale, idoneità a testimoniare, capacità di intendere e volere. Può essere nominato come CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) dal giudice o lavorare come CTP (Consulente Tecnico di Parte) per una delle parti.
Oltre a questo, in alcuni casi contribuisce anche a programmi di prevenzione della devianza, interventi a supporto delle vittime o formazione degli operatori del sistema giustizia. La sua competenza non si limita alla somministrazione di test, ma richiede la capacità di comprendere il funzionamento psichico, integrare dati clinici e normativi e comunicare in modo chiaro anche con interlocutori non psicologi.
Lo psichiatra forense, infine, è un medico specializzato in psichiatria. Interviene come perito nei casi in cui si valuta l’imputabilità, la pericolosità sociale o la compatibilità con il regime detentivo, e può svolgere anche attività clinica all’interno del carcere. In molte strutture penitenziarie italiane, fa parte delle équipe di salute mentale che segue i detenuti con disturbi psichiatrici.
Capire queste differenze non è solo una questione terminologica, ma un passo cruciale per orientare consapevolmente la propria formazione.
Diventare psicologo forense: percorsi e competenze
Uno degli errori più comuni è pensare che per diventare psicologi forensi basti “studiare il crimine”. In realtà, lo psicologo forense è prima di tutto uno psicologo clinico, con competenze solide in psicopatologia, valutazione diagnostica e funzionamento mentale.
Il percorso inizia con una laurea triennale in Psicologia, seguita da una laurea magistrale abilitante che include il tirocinio professionalizzante e consente l’iscrizione all’Albo. A seguito, è possibile formarsi in ambito forense tramite master, corsi di perfezionamento, tirocini, esperienze in ambito penitenziario, comunitario o giudiziario. Alcuni scelgono anche una specializzazione in psicoterapia, che approfondisce aspetti clinici e relazionali potenzialmente molto utili nell’ambito.
I casi affrontati da uno psicologo forense sono spesso complessi: minori contesi, valutazioni peritali, traumi, devianza, situazioni familiari critiche. Serve una preparazione clinica solida e aggiornata, che consenta di cogliere le sfumature del funzionamento psichico e di fornire valutazioni integrate, coerenti e comprensibili.
Specializzarsi subito (tramite magistrale) o costruire prima una base clinica?
Molti studenti si chiedono se sia meglio scegliere da subito una magistrale in psicologia con indirizzo forense o seguire prima un percorso clinico generale, specializzandosi tramite master o corsi di perfezionamento solo in un secondo momento.
Entrambe le opzioni sono valide, ma è importante valutare attentamente. Una magistrale in psicologia con focus forense può offrire corsi tematici stimolanti, ma risulta rilevante valutare quanto spazio viene dato alla formazione clinica di base. Se la preparazione è troppo settoriale, si rischia di avere difficoltà nella gestione di casi complessi, nella diagnosi differenziale o nell’utilizzo integrato degli strumenti psicodiagnostici.
Un percorso clinico più ampio, seguito da una specializzazione forense (i.e., tramite master, tirocini o corsi post-lauream), consente, d’altra parte, di mantenere una visione clinica ampia e di adattare le proprie competenze ai contesti giuridici in modo più flessibile e consapevole.
Valutare l’accesso a tirocini concreti, supervisione, laboratori esperienziali e confronto con i professionisti è spesso ciò che fa la differenza nella qualità della formazione.
Le due strade non si escludono, ma richiedono una scelta informata, coerente con i propri obiettivi e interessi, nonché con la qualità della formazione offerta.
Una scelta tra passione, competenza e responsabilità
Lavorare in ambito forense richiede molto più che passione per la criminologia. Significa confrontarsi con situazioni complesse, spesso dolorose, dove la sofferenza e la giustizia si intrecciano. Non è solo una questione tecnica: è un lavoro che richiede etica, equilibrio, capacità critica e grande preparazione.
La psicologia forense non si limita all’aula del tribunale. Comprende anche il lavoro con minori, con detenuti, con famiglie fragili, con vittime di reato. In questi contesti, la qualità dell’intervento dipende direttamente dalla formazione ricevuta.
Per questo motivo, è fondamentale scegliere con cura il proprio percorso, informarsi, confrontarsi con chi lavora già nel settore e non lasciarsi guidare solo dall’immaginario costruito dai media.
La passione è un ottimo punto di partenza, ma da sola non basta: servono competenze tecniche, esperienza sul campo e uno sguardo clinico ampio, capace di orientarsi con consapevolezza anche nei territori più delicati della psiche e del diritto.
A cura della Dott.ssa Dalila Torres, Psicologa, Psicoterapeuta in formazione, Specializzata in psicologia forense, Criminologa e Dottoranda di ricerca in Psicologia presso la Sigmund Freud University